
Qualche settimana fa, ho chiesto ad alcuni anziani del mio paese di raccogliere le foto più antiche che avessero in casa e che fossero significative della loro storia o dei luoghi a loro più cari. Pochi giorni dopo, ci siamo ritrovati assieme. Le foto erano poche perché subito dopo la guerra, soprattutto nei paesi del Sud, in pochi avevano la macchina fotografica, a volte non c’era nemmeno il fotografo ufficiale con la sua bottega. Qui da noi, per esempio, ogni settimana passava un signore in motoretta e fotografava la piazza, il mercato, la gente per strada oppure chiedeva alle famiglie, bussando alla porta, “signora, facciamo una foto al bambino per ricordo?”. La settimana successiva tornava, consegnava le fotografie a domicilio e si faceva pagare, anche salato, tanto che spesso farsi fotografare era un lusso riservato alle cerimonie importanti.
Oppure si partiva per la città, di tutto punto con gli abiti della festa, con destinazione lo studio fotografico. La famiglia in posa, con dietro lo stesso drappo da anni, a lato la fioriera alta dove chi si trovava lateralmente doveva appoggiare il gomito, per dare movimento allo scatto; la donna della casa era al centro, con in braccio il più piccolo della famiglia, e tutti gli altri intorno.
Quella sera, guardando le foto e ascoltando, io poco più che trentenne, gli anziani raccontansi la vita ridendo e commuovendosi ho pensato alla magia che le nostre generazioni, quelle venute dopo, danno spesso per scontato e che scontato invece non è. E ho scoperto un altro senso della nostra associazione, proprio ora che le iniziative messe in cantiere cominciano a diventare sempre più concrete, si prendono contatti, si avvicinano scadenze, si pensa a nuove idee. Sale l’ansia, è vero, ma anche l’emozione di vedere concretamente l’associazione crescere.
È il senso dello stare assieme e del voler raccontare storie, le tante, infinite storie con l’iniziale minuscola che parlano di luoghi quotidiani, quasi mai eccezionali se non agli occhi (o alle orecchie) di chi di quella piccola storia, in qualche modo, si sente partecipe.
Nelle Mille e una notte, il Re Shahriyar, dopo esser stato tradito da una delle sue mogli, decide di uccidere tutte le sue spose al termine della prima notte di nozze. La bella Shahrazad, andata in sposa al Re, escogita un trucco per salvarsi: ogni sera racconta una storia, rimandando il finale al giorno dopo. Va avanti così per mille e una notte; finché il Re non se ne innamora e le rende salva la vita.
Raccontare, da sempre, rappresenta l’unica possibilità per allontanare la morte, per sospendere il tempo. Le storie che Shahrazad narra, in quelle milleuno notti buie, salvano non solo la sua vita, ma quella di tutto il popolo. Salvano il futuro dell’intero regno. Salvano anche lo stesso re che si pentirà della propria vendetta, annullerà la condanna a morte e saprà di nuovo gioire della vita. Salvano il mondo.
Per questo lei, la principessa, continua a raccontare. E per i suoi stessi motivi, da sempre, l’umanità si tramanda storie, grandi o piccole che siano.
E anche per questo (perché di motivi ne abbiamo tanti altri che vi racconteremo di volta in volta) è nata la nostra associazione: raccontare con la poca o la molta abilità di ciascuno, con il talento di chi è più bravo, con la passione di chi ha le mani di un artigiano o la maestria di un artista, con il nostro personale punto di vista che non è e non sarà mai obiettivo perché qualsiasi punto di vista rappresenta solo e soltano uno dei tanti modi di guardare al mondo, con la voglia, la gioia, l’ironia di stare assieme e divertirsi. Perché se è vero che fotografare è una maniera di vivere è soprattutto vero che “l’importante è la vita non la fotografia. Importante è raccontare. Se si parte dalla fotografia non si arriva in nessun altro posto che alla fotografia” (Ferdinando Scianna).
A presto.
Giancarlo Greco